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“Pensiamo ai fatti nostri, l’efficace semplicità di Trump” di Carlo Sorrentino

“Pensiamo ai fatti nostri, l’efficace semplicità di Trump” di Carlo Sorrentino

Carlo Sorrentino, Presidente della Scuola di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” dell’Università di Firenze era già intervenuto su Toscana Post subito dopo le elezioni americane terminate con la vittoria di Donald Trump, spiegando quali erano, a suo avviso, i motivi che avevano consegnato quel risultato agli Stati Uniti. Gli abbiamo chiesto un nuovo contributo per analizzare le prime tre settimane di governo Trump.

“Le prime 3 settimane della presidenza Trump sono state pirotecniche: dalla raffica di dazi alla ripresa del canale di Panama, dalle mire sulla Groenlandia alla riviera di Gaza, il presidente americano di certo non ha deluso nessuno. Né chi teme le sue politiche, ritenendole pericolose per gli USA come per il mondo intero, né i suoi fans, che vedono confermate tutti i fuochi d’artificio sparati da Trump nella sua lunga campagna elettorale.

Il risultato è un effetto straniante. Anche un osservatore che volesse restare neutrale per analizzare quanto successo, non potrebbe non constatare come sembri di essere precipitato in uno degli show televisivi che lo hanno reso famoso, nei quali quanto viene detto non va preso alla lettera, ma considerato soltanto un’iperbole per stupire, colpire, spiazzare.

Insomma, qualcosa più adatto allo spettacolo che alla grande politica.

Eppure, bisognerà andare oltre l’incredulità, l’imbarazzo, l’indignazione e, ovviamente, anche oltre l’entusiastica accettazione per le sue performance, per cercare di comprendere le logiche rintracciabili dietro ai suoi discorsi.

Con le sue “sparate” Trump parla soprattutto ai suoi elettori. Diversamente da quanto fatto dai suoi predecessori, non si è mai sognato di dire che lui sarà il presidente di tutti gli americani. A Trump interessano i suoi. Poi, certo, afferma che gli altri si convinceranno con il tempo grazie ai risultati!

E qual è, in fondo in fondo, il messaggio molto semplice di Trump? Cosa c’è dietro l’acronimo MAGA (Make America great again)? La convinzione che per tornare grandi bisogna pensare ai fatti propri e non preoccuparsi dei destini del mondo.

Un cambio di paradigma non da poco. E’ vero che già da 20 anni, dalla Presidenza Bush Jr, ma poi anche con Obama, la geopolitica americana ha conosciuto un ripensamento e ha strizzato l’occhio alle esigenze degli americani. Tuttavia, la presidenza americana ha sempre mantenuto una tensione tanto identitaria quanto etica: sentirsi responsabile delle sorti del mondo. Anche la velleitaria esportazione della democrazia degli States post-torri gemelle andava in questa direzione.

Con Trump, specialmente con questo secondo Trump, il messaggio è chiaro: facciamoci i fatti nostri e lasciamo che il mondo se la cavi da solo!

Miele per le orecchie dei tanti americani che non hanno mai troppo compreso perché bisognasse occuparsi dei destini dell’universo. Ancora di più quando gli effetti della globalizzazione hanno mostrato che tanti di loro ci rimettevano.

“Pensiamo a noi” è diventato un refrain di immediata presa.

Certo, l’opinione pubblica più avvertita, statunitense e non, sa benissimo che se davvero si attuassero le politiche annunciate (o minacciate) tutto accadrebbe tranne il ritorno alla grandeur americana. Ma su questo punto Trump può giovarsi della sempre minore comunicazione fra i diversi strati sociali.

Infatti, nella sfera pubblica stratificata, che ha a lungo caratterizzato nel Novecento il discorso pubblico negli Stati democratici, esistevano sicuramente differenti consapevolezze sulle logiche politico-economiche necessarie; tuttavia, la stratificazione era permeabile, per cui le prese di posizione delle persone culturalmente e politicamente più avvertite arrivavano “per li rami” agli altri, condizionando i loro giudizi. Stiamo parlando di quelli che non a caso negli anni Cinquanta furono chiamati i leaders d’opinione: persone che per il ruolo – anche di relativo prestigio – svolto all’interno della propria comunità riuscivano a godere di una fiducia generalizzata, per cui, poi, erano ascoltati e seguiti un po’ su tutti i temi.

Nell’attuale sfera pubblica densa di fatti, temi e soggetti sociali, ognuno portatore di interessi e visioni del mondo peculiari, che comunicano sempre più attraverso piattaforme che segmentano i pubblici e frammentano le informazioni, diventa più difficile condividere le informazioni. Tutti ne sappiamo di più su tanti argomenti, ma ci confrontiamo meno e, tendenzialmente, sempre con le stesse persone che la pensano come noi.

Con una metafora illuminante, Bowling Alone, giocare a bowling da soli, Robert Putnam già 30 anni fa sottolineava come stesse prosciugandosi il capitale sociale degli americani, fatto di un’intelaiatura di relazioni sociali articolatesi nella comunità in cui si viveva.

Ora i diversi strati sociali comunicano molto meno fra di loro e sviluppano, di conseguenza, una pervicace reciproca diffidenza. Il giusto e legittimo superamento di una deferenza arcaica e classista non sta ancora trovando dei nodi di collegamento che permettano ai differenti mondi di tornare a parlarsi e a intendersi.

Certo può essere letta come un’ironia della sorte che a costruirsi un seguito fra chi si sente meno ascoltato e più reietto sia un miliardario che si accompagna con l’uomo più ricco del mondo e, ormai, anche con molti altri fra quei “padroni” della società delle piattaforme che governano i nostri scambi comunicativi. Ma gli ossimori – si sa – sono un classico della politica!”

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